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Onu: negli ultimi 50 anni l'uomo ha modificato ecosistemi più rapidamente

Pubblicato di recente il rapporto finale del "Millennium Ecosystem Assessment", studio promosso dalle Nazioni Unite nel quinquennio 2000/2005 e che ha visto l'impegno di uno staff di scienziati sociali, economisti, sociologi, biologi e naturalisti. Scopo dell'indagine è stato quello di verificare gli effetti su gli ecosistemi mondiali da parte delle attività industriali e produttive dell'uomo. Le conclusioni della ricerca hanno anche definito le azioni necessarie per rafforzare e proteggere la natura dalle attività dello sviluppo economico, sociale e produttivo dell'uomo.

I risultati purtroppo hanno registrato un forte deterioramento dell'ambiente negli ultimi 50 anni causa l'incremento della domanda di cibo, acqua, approvvigionamenti energetici, materie prime (legno, carbone, minerali, ecc.) necessari al fabbisogno dei paesi più avanzati. Se da un lato questo sfruttamento delle risorse ha comportato un incremento del benessere, anche se non equamente distribuito, dall'altro ha comportato effetti devastanti sull'ecosistema planetario:
  • circa un quarto della superficie terrestre è stata trasformata in terra coltivata con una riduzione del 50% delle foreste tropicali e una riconversione del 60% delle foreste temperate;
  • un quarto delle barriere coralline sono state distrutte o gravemente danneggiate;
  • la pesca industriale ha ridotto del 20% la disponibilità del pescato, causando una contrazione di approvvigionamento di cibo per molti paesi sottosviluppati;
  • la costruzione di dighe ha ridotto del 60% il corso di molti fiumi e tra questi alcuni come Nilo, Fiume Giallo e il Colorado hanno visto ridursi la portata dei loro corsi d'acqua;
  • il numero delle specie animali si è drasticamente ridotto: il tasso di estinzione degli animali è aumentato in alcune aree del 1.000%;
  • il numero delle aree urbane con più di un milione di popolazione è passato da 17 nel 1900 a 388 nel 2000. Metà della popolazione umana nel 2007 vivrà in grandi aree metropolitane;
  • diminuzione della disponibilità di acqua, aumento di polveri sottili nell'aria, incremento della concentrazione di fosforo nel sottosuolo a causa dell'uso massiccio di fertilizzanti chimici.
Al centro dell'attenzione per gli scienziati ci sono le risorse che gli ecosistemi forniscono per la sopravvivenza umana: piante e animali che costituiscono la catena alimentare dell'uomo, l'acqua, le materie prime per la fornitura di energia, i prodotti naturali da cui si estraggono le medicine, ecc. Il degrado delle risorse naturali rappresenta un grave danno per lo sviluppo delle attività umane medesime, per questo l'Onu ha definito alcune priorità nella soluzione del problema:
  • individuare modelli futuri di sviluppo;
  • realizzare un piano di gestione delle attività industriali;
  • acquisire capacità di previsione dell'impatto umano sui singoli ecosistemi: foreste, mari, montagne, specie animali e vegetali, ecc;
  • favorire una cultura di massa sulla materia e sensibilizzare le istituzioni e i governi centrali a incentivare politiche scolastiche in merito.
Lo staff dei ricercatori che ha condotto la parte relativa ai fattori sociali sostiene che i fattori sui quali intervenire per arrestare il processo di declino riguardano:
  • la riduzione dell'aumento di popolazione mondiale;
  • un controllo sulle attività industriali e la disparità di risorse e di ricchezza;
  • fattori geopolitica con particolare attenzione ai conflitti armati;
  • il progresso tecnologico.
Quali le proposte e le soluzioni possibili?
  • Sostegno economico alle attività di protezione ambientale;
  • alcuni tetti verso particolari mercati come il carbone;
  • finanziamenti statali verso quelle categorie produttive che lavorano a diretto contatto con gli ecosistemi come i coltivatori diretti;
  • favorire una cultura del consumo sostenibile.
Altrettanto importanti sono le politiche demografiche, l'istruzione pubblica, la preminenza delle organizzazioni no profit e i soggetti che rappresentano la società civile, l'incremento del ruolo decisionale di alcune fasce svantaggiate come donne e giovani. Non ultimo preservare la conoscenza tradizionale di quelle fasce economiche, come i piccoli coltivatori, per valorizzare il rapporto consolidato con la natura. Nuove idee e proposte concrete per invertire una tendenza che delinea un futuro assai incerto per l'intero pianeta.

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