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Ricerca su l’eolico: pale meccaniche anche in mare aperto?

Impatto ambientale, investimenti finanziari, resa produttiva: questi i tre fattori principali che determinano le scelte, negative o positive, per orientare i singoli paesi ad adottare la tecnica di produzione energetica eolica, ovvero che sfrutta la forza del vento. Questo assunto è alla base della ricerca, partita nelle scorse settimane, che mette in rete il lavoro di tre grandi istituzioni: il CNR, l’Università di Camerino e l’Agenzia per la protezione dell’Ambiente di Roma.
Il vento è una delle fonti rinnovabili tanto pubblicizzate perché a basso (o addirittura nullo) inquinamento dell’aria che respiriamo, ciò a differenza della produzione termoelettrica che, sfruttando come materia prima il petrolio, ha un alto tasso di inquinamento atmosferico. Ma come ogni rosa ci sono le spine e così le gigantesche pale eoliche seminate sulle colline e le montagne per sfruttare la forza motrice dei venti ha un’incidenza non proprio positiva sul paesaggio e sulla fauna animale locale. Alcuni ricercatori dell’Università de L’Aquila, infatti, scoprirono un decennio fa che l’impianto eolico installato sull’Appennino abruzzese teneva lontano, con l’imponente mole dei piloni e delle pale, i lupi che percorrevano quel tratto di montagne per le loro migrazioni a caccia di prede. Stesso problema si presentava per alcuni uccelli di palude che, durante i mesi più freddi dell’anno, migrano dalle regioni interne dell’Asia nelle più miti aree naturali dell’Europa meridionale.
Così lo studio condotto dal Cnr, l’Università di Camerino e l’Agenzia Ambiente di Roma, prevede di verificare la fattibilità di un eventuale centrale eolica costruita in mezzo al mare. Fantasia? Niente affatto. Esempi di impianti eolici che si ergono nel mare, con piloni alti 80 metri e pale di 40, ce ne sono già diversi. Soprattutto nel nord Europa. In particolare in Danimarca, ove è possibile con la barca avvicinarsi a questi giganti meccanici e ammirarne la maestosa imponenza nelle acque del mare del Nord.
L’obiettivo comunque non è soltanto di eliminare gli effetti di impatto ambientale sul suolo della terraferma, ma anche quello di sfruttare la forza del vento marino. Questa infatti è superiore del 20% rispetto a quello che soffia sulla terra, sviluppando una quantità di energia superiore del 60% rispetto ad un impianto eolico "terrestre". Inoltre il Mediterraneo è ricco di tratti di costa molto ventosi: dalla Corsica alla Sardegna, dalla Turchia alle isole della Grecia, fino alle coste ioniche e adriatiche dell’Italia meridionale. Questi dati da soli bastano a confermare come i rilevanti investimenti necessari per realizzare un impianto eolico "marino", sarebbero confortati da ritorni abbondanti in termini di produttività. Magari tra qualche anno una vacanza in crociera ci porterà a visitare questi giganti meccanici a largo delle nostre coste. Chissà che il paesaggio poi non sia meno brutto del previsto.

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